Alessandro Lanni

È il 17 ottobre 2015 quando l’Ungheria di Viktor Orban blocca il flusso dei migranti lungo la cosiddetta “rotta balcanica”. Da un giorno all’altro il paese che era divenuto in pochi mesi una tappa obbligata per le centinaia di migliaia di profughi in fuga decide di alzare una barriera invalicabile. I migranti sono bloccati al confine serbo, in un limbo senza tempo e senza speranza. Oggi, a poco meno di un anno dal blocco anti-migranti eretto da Orban, il cerchio potrebbe chiudersi.

Domenica 2 ottobre l’Ungheria si reca alle urne per dire sì o no a un quesito che è non solo un via libera alla politica di aperta ostilità verso i profughi da parte del governo di destra, ma che è soprattutto una sfida aperta all’Ue e all’idea che la pressione migratoria possa essere condivisa tra tutti gli Stati membri. Autarchia magiara e nessun dovere verso l’Europa, ecco l’obiettivo del primo ministro ungherese.

Si tratta infatti di decidere se accogliere o respingere le quote obbligatorie decise dall’Unione Europea per la ricollocazione dei migranti negli Stati membri senza l’approvazione dei parlamenti. (AL)

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