Alessandro Lanni

Storpiare i nomi come strumento di battaglia politica. Ecco un ponte sull’Atlantico che collega due populismi, diversi ma affini: quello di Donald Trump e quello che, almeno fino a qualche tempo fa, era di Beppe Grillo. Difficile dimenticare lo “Psiconano” oppure “Rigor Montis”, “Elsa Frignero”, “Gargamella”, “l’ebetino di Firenze”, “Morfeo”, e via dicendo in un crescendo nel quale si mescolano satira e politica in cui non si distinguono i confini, dove la politica si fa con la satira e la presa in giro è arte politica. Una fusione voluta, studiata, consapevolissima, di due piani diversi, profondamente diversi.

E invece oggi ci sono “Little Marco”, “Lyin’ Ted”, “Crooked Hillary”. In un articolo uscito ad aprile sul Washington Post si analizza l’uso che Trump ha fatto dei nickname affibbiati di volta in volta agli avversari del momento (nel caso: Rubio, Cruz e Clinton). Obiettivo sarebbe cristallizzare l’identità del nemico in un tratto singolo trasformando un insulto in una descrizione. Insomma, non siamo lontani dalla pratica che fu di Grillo. D’altra parte è l’epoca della post verità in politica, no? E allora delle parole e dei nomi conta più l’effetto che producono piuttosto che il contenuto che trasportano.

George Lakoff e il simbolismo dei suoni

È possibile rispondere a questa pratica che il lume della ragione progressista rifiuterebbe? Magari restituendo la stessa moneta? C’è chi con un’analisi seria e una conclusione – almeno in parte – faceta pensa di sì.

George Lakoff è uno scienziato cognitivista che da anni si occupa del rapporto tra mente e politica. A lui si deve l’uso del concetto di “frame” applicato alla politica e – tra le numerose opere tradotte anche in italiano – anche il magnifico libretto Non pensare all’elefante! sul linguaggio di destra e sinistra negli Usa.

Da qualche tempo Lakoff si è concentrato – e come potrebbe essere altrimenti – sulla figura di Donald Trump. Why Trump?, Understanding Trump, Understanding Trump’s Use of Language, sono i titoli di alcuni post (molto lunghi) raccolti sul suo blog.

Anche l’articolo più recente (Thwimpie – A Spoiled Brat named Little Donnie Thwimp uscito il 24 settembre) affronta la “questione Trump”. Ma lo fa da un punto di vista singolare: il simbolismo del suono di una parola. Nella fattispecie “Trump”.

Cosa significa, porta con sé, dentro di sé, il cognome del candidato alla Casa Bianca? Quella serie di vocali e consonanti cosa ci comunica? Perché secondo Lakoff quei suoni ci comunicano qualcosa di preciso e non è indifferente dal successo di Donald Trump: «The name Trump is his brand, his product; he sells his name». E oggi DT viene pagato molto bene per l’uso del suo nome.

Vediamo come la mette Lakoff.

Esiste un sottocampo della linguistica cognitiva che studia il simbolismo dei suoni, dove c’è pattern in un linguaggio che collega una struttura sonora di un gruppo di parole a quello che viene chiamato uno “schema concettuale incarnato” e che caratterizza una parte importante del significato delle parole.

In estrema sintesi, Lakoff sta dicendo che esiste qualcosa nelle mente umana che collega dei suoni ai significati quasi necessariamente. E che questo capita tanto con i prefissi quanto con i suffissi. Una parola – il suono di una parola – spinge “naturalmente” a collegarsi con un’area di significati.

«A truck, a tractor, a train, a trolley, a tram, and forms of transit»

Dunque suoni e significati collegati. E quali sarebbero quelli collegati al suono “Trump”? Per iniziare c’è la “forza”. Secondo Lakoff il prefisso “tr-” esprime forza in tutte le sue declinazioni, quelle più concrete (per esempio: «a truck, a tractor, a train, a trolley, a tram, and forms of transit») ma anche forza in un’accezione più astratta («a trauma, a tragedy, a try»). La prima prima metà del cognome del super miliardario esprime quel concetto lì.

Per quel riguarda il suffisso “-ump“, Lakoff afferma che sia un pattern sonoro che rimanda a oggetti (o persone o categorie) con poca o nessuna energia e che possono essere oggetto di una caduta: «We can see this sound symbolism in bump, lump, hump, rump, plump, and stump» ma anche in “chump” ovvero “stupido” o anche “sconfitto”.

E dunque, la somma di “tr-” e “-ump” cosa comunica alla fine? Secondo il simbolismo dei suoni l’accoppiata raccoglierebbe insieme forzatrasformazione, peggioramento, discesa.

Insomma il segreto di Trump non sta nella forza dei capelli, ma in quella del nome.

Tr+ump è un cognome perfetto per un candidato presidenziale che si offre come l’autorità suprema, in grado di trasformare gli avversari in sciocchi. […]
Tr+ump è un grande nome, se si vuole votare per una persona potente che può approfittare degli altri, per esempio rendere stupidi le persone che non ci piacciono: liberali, messicani, musulmani, cinesi, neri, e le persone che possono che non possono prendersi cura di sé, vale a dire, i poveri.

La cura del renaming

E dopo l’analisi Lakoff indica la via pratica. Come combattere politicamente uno che ha nel suo nome un brand forte, almeno rispetto a occhi e orecchie del suo potenziale elettorato? Provando a lavorare su quel nome, storpiandolo, trasformando il simbolismo del suono di “Trump” e restituendo quello che fa abitualmente il candidato repubblicano con i suoi avversari: Little Marco, Lyin’ Ted, Crooked Hillary.

Immaginate una campagna nazionale per cambiargli nome. Immaginate come quelli che sanno usare Photoshop potrebbero cambiare il nome sulla immagine della sua torre di Twimp Towie. Oppure cambiare la la scritta sul suo aereo in Twimp, e farlo cadere verso l’oceano. Immaginate campagne su Twitter con #Thwimpie.

Un “padre autoritario” [modello per la destra secondo Lakoff] non può essere chiamato Little Donnie Thwimp perché si tratta di un nome infantile debole!

Ora sta ai candidati democratici impegnarsi in questa campagna di renaming e di “discredito sonoro”. «Rename and rebrand: Twimpie» è l’invito di Lakoff. Il “simbolismo sonoro” può sembrare una questione risibile ma al contrario è seria ed è necessario mostrare pubblicamente gli effetti che ha sull’opinione pubblica.

D’altra parte, cos’è “Renzie” se non un renaming e un rebranding?


Una piccola digressione

Anni fa (più di venti) uscì anche in Italia un libro imponente e singolare. L’autore era un artigliere inglese in pensione che si dilettava nello studio dei sistemi di scrittura. In quel librone si formulava l’ipotesi che esistesse una sorta di coincidenza antichissima tra segni e significati, e che i primi portassero dentro il racconto della vicenda umana. E così Alfred Kallir spiegava che A (ma anche l’alfa e l’alef) rappresenterebbero le gambe del maschio con il pene, la B le labbra della donna in tutte le accezioni, la C la donna pronta all’accoppiamento, la D la donna incinta, la E il parto e così via. Con una fantasiosa e al tempo stesso affascinante ricostruzione psico-semio-genetica del rapporto non arbitrario tra segno e significato. (AL)

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