Martino Mazzonis

Quando questo articolo verrà pubblicato avremo già assistito al dibattito più volgare e terrificante della storia delle elezioni americane. Tutti i segnali almeno indicano che la direzione sarà questa. Non è solo il populismo di Trump, ma la campagna furbescamente populista ordita contro il medesimo. Il nastro del 2005 è una porcheria, ma chiunque si stupisca che TheDonald sia fatto così, semplicemente non lo ha mai guardato per più di 5 minuti.

La campagna – sacrosanta – è dunque un po’ ipocrita: serve ai democratici a bombardare a tappeto in uno scontro che temono e ai repubblicani che sentono l’odore della sconfitta – ma che hanno scperato che Trump vincesse lo hanno sostenuto – e che oggi si fingono orripilati nello scoprire che The Donald è semplicemente The Donald.

Anche noi, qui, non sapevamo esattamente del bunga-bunga, ma non è che non conoscessimo The Silvio. La differenza è che l’America tutto sommato è un Paese puritano e ingenuo.

Resta il fatto che, quest’anno, per vincere, si usano argomenti turpi, bassa cucina, massacro contro la candidata corrotta fino al midollo che difende il marito che la tradisce e prende i soldi da Wall Street o campagna contro l’uomo che odia le donne e non paga le tasse – come noi middle class.

Vincitori e vinti

L’altro semi vincitore della campagna è Bernie Sanders, che anche lui, con gli slogan non ci è andato per il sottile. Il sentimento, lo hanno detto e ripetuto tutti all’infinito, è, a seconda dei segmenti della popolazione, la paura della fine del sogno americano, lo sdegno contro gli ipermiliardari, l’odio per la politica che intrallazza e ci dimentica e pensa solo ai propri interessi e a quelli delle lobby. Le ricette si differenziano di molto, ma la natura del successo è questa – tranne che nel caso di Hillary, che un po’ ha inseguito su questo terreno e un po’ vince per sottrazione.

Non è niente di straordinariamente nuovo. Non per la politica Usa che una tradizione populista di destra e di sinistra ce le ha da molto, molto tempo. Un breve saggio di Michael Kazin, direttore di Dissent e professore di storia a Georgetown pubblicato da Foreign Affairs ripercorre quella tradizione e la collega alla vicenda di Trump. Segnalando innanzitutto come si tratti di un populista sui generis: è uno che spara a zero sulle élite pur avendo ereditato una fortuna e sfoggiando ricchezza da ogni poro.

Kazin spiega che la tradizione Usa è fatta di due tipi di populismo, tutti con una lunga storia alle spalle e anche momenti di grande successo. A fine ‘800, James Weaver, campione di sinistra del People’s Party ottenne 22 electoral votes – ovvero vinse alcuni Stati alle presidenziali – per poi declinare. Ma la sua influenza su certi temi rimase forte e tornò – Kazin fa una storia in breve che aiuta a farsi un’idea.

Detto tutto questo, cosa ci interessa notare qui? Traduciamo a spanne due passaggi nei quali Kazin ci spiega che sinistra e destra non sono le categorie giuste perché i due populismi Usa hanno caratteristiche speciali.

I vari populismi americani

Il primo tipo di populismo americano dirige la sua ira esclusivamente verso l’alto: a élite aziendali e ai loro amici nel governo che hanno presumibilmente tradito gli interessi degli uomini e donne che lavorano. Questi populisti abbracciano una concezione di “popolo” di classe ed evitano in ogni modo di identificarsi come sostenitori o avversari di qualsiasi gruppo etnico o religione.

Anche gli aderenti alla seconda tradizione populista, quella a cui appartiene Trump, se la prendono con le élite in grandi imprese e governo che snobbano gli interessi della gente comune gli interessi economici e le libertà politiche. Ma qui la definizione di “popolo” è caratterizzata dal punto di vista etnico. Per la maggior parte della storia degli Stati Uniti, ha significato solo i cittadini di origine europea sono i “veri americani”, e sono loro che devono beneficiare delle libertà e del benessere che le elite negano. Questa tipologia di populista sostiene che vi sia un’alleanza nefasta tra le forze del male in alto e gli indegni, i poveri dalla pelle scura che mette in pericolo gli interessi e i valori della patriottica maggioranza bianca nel mezzo. I messicani, i musulmani di Trump, così come la corrotta Hillary amica di Wall street calzano alla perfezione.

A chi parla The Donald

L’altro aspetto che Kazin mette in luce è relativo alla anomalia di Trump: dagli anni ’60 in poi, gli Usa sono un Paese multietnico in maniera crescente e quindi a un discorso populista razzista, se si corre per la presidenza, si può alludere, accennare, ma non lo si può fare teoria. Trump quindi, pur parlando soprattutto ai bianchi working e middle class, non può parlare solo con loro. Non vincerebbe mai. La sua allusione al popolo quindi, è vaga. Così come quella di Sanders, aggiunge Kazin: in effetti la rabbia degli studenti di college per il debito non può essere la stessa di quella dei minatori licenziati della West Virginia.

La sinistra non può più parlare alla classe operaia e la destra non all’America bianca razzista. C’è un popolo indistinto a cui parlare. Il messaggio populista quindi raccoglie tutte le rabbie possibili, con messaggi positivi o di odio (la reazione anti Hillary di alcuni giovani sandersiani mostra quanto forte sia l’astio nei confronti di Washington anche in certe sacche di sinistra) ma difficilmente riesca a costruire una coalizione vincente. Certo è che una società, europea o americana che sia, che esprime tanto furore, ha bisogno di essere curata. Se vince Hillary avrà bisogno di idee non sue. (MM)

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