Alessandro Lanni

Il grafico che vedete qui sopra – e più completo in basso – è una fotografia di cosa s’intende quando si parla di populismo che attraverserebbe l’Italia, l’Europa e gli Usa, in questo momento. Il Palazzo pensa solo e comunque agli affari suoi che sia a Roma, a Bruxelles o a Washington fa poca differenza. Ecco la sintesi del pensiero di buona parte degli italiani, degli europei, dei cittadini americani, così come emerge da un recentissimo sondaggio.

È l’epoca della disillusione, dello scetticismo acuto nei confronti della politica. Eppure abbiamo ancora speranze di poter dare il nostro contributo alla vita collettiva. Questo è l’esito duplice di una ricerca pubblicata il 24 ottobre e nella quale il Pew Research Center indaga su uno dei punti fondamentali della politica in questo primo scorcio di XXI secolo: la crisi della democrazia così com’è stata intesa finora e l’insoddisfazione dei cittadini. Si tratta di un Global Survey (ne realizzano annualmente), ovvero di un’indagine planetaria che sottopone a cittadini di 9 paesi le medesime domande e trova alcune differenze ma anche -sorpresa- molte affinità.

Sono 9 i paesi scelti per testare quanto la sfiducia dei cittadini nei confronti della politica sia diffusa nel mondo. Si tratta di realtà molto diverse, democrazie nuove e antichissime, economie forti e altre in profonda crisi, accomunate però dall’insoddisfazione verso la partecipazione alla cosa pubblica.

Tre grandi nazioni africane (Kenya, Nigeria, Sud Africa), le due democrazie più popolose al mondo (Stati Uniti e India), due paesi dell’Europa dell’est (Ungheria e Polonia) e due economie in difficoltà (Grecia e Italia). Quasi 11mila gli intervistati tra il 29 marzo e il 9 luglio 2016.

In fondo il nodo del populismo globale, del sentimento anti-establishment che va da Donald Trump a Beppe Grillo, dell’anti-europeismo di Orban, Kaczyński e Salvini, nasce anche nel rapporto malato tra governanti e governati e nelle difficoltà di ascolto che i primi hanno dei secondi. Ed è anche su questo che il sondaggio del Pew si concentra.

Anti-politica e fiducia

Il rapporto è intitolato significativamente “Even in Era of Disillusionment, Many Around the World Say Ordinary Citizens Can Influence Government” e racconta entrambe le facce del sentimento di ostilità verso la politica.

Da una parte c’è un check sullo stato delle democrazie e sulla capacità degli elettori di intervenire attivamente sulle scelte dei governi, dall’altra una fotografia del desiderio di mobilitazione politica diffusa globalmente.

“Pensano solo agli affari loro”. Alla sensazione impotenza che comunque esiste ed è ampia si aggiunge un altro aspetto della cosiddetta “anti-politica”. Quel che denunciano i cittadini è la capacità di rappresentare gli interessi di molti. In tutti e quattro i paesi europei c’è l’impressione (vedi grafico 2) che i governi in carica seguano agende indipendenti dall’opinione pubblica. Tanto l’estrema destra al governo in Ungheria quanto la sinistra sinistra di Tsipras alla guida della Grecia sono lontane dagli interessi dei molti agli occhi degli intervistati dal Pew.

Ma lo stesso vale per l’Italia, dove secondo il 73% degli intervistati il Governo Renzi fa il bene di pochi.

La partecipazione politica

Prendiamo ora in considerazione il grafico 1. Sebbene siano comunque molti coloro che credono che il cittadino qualunque faccia fatica a influenzare il governo nazionale, in una buona fetta degli intervistati c’è la speranza di far sentire la propria voce.

I 3 paesi africani sono quelli più fiduciosi nella democrazia dal basso: il 69% dei keniani e il 68% dei nigeriani pensano di poter influenzare le scelte del governo. In Italia, malgrado gli acciacchi della nostra democrazia, 1 su 2 pensa di poter farsi sentire dal Palazzo. I più sfiduciati sono gli ungheresi: il 61% non crede di riuscire a influenzare le decisioni di Orban e i suoi ministri.

Tra coloro che si dicono pronti alla partecipazione politica, gli italiani scenderebbero volentieri in campo per combattere la mala sanità (59%), la povertà (54%) e la cattiva scuola (53%).

Ma come è avvenuta la partecipazione finora per gli italiani?
Il 77% dichiara di aver votato a una elezione (top Grecia 91%), il 32% di aver partecipato a un evento pubblico (top Kenya 49%) e il 25% di aver partecipato a una manifestazione di protesta (top Grecia 29%).

Piccolo ancora invece il ruolo giocato dalle piattaforme on line per l’attivazione politica in Italia. Solo il 17% ha commentato on line un contenuto politico e appena l’8% ha incoraggiato in rete qualcun’altro a mobilitarsi. Il 18% degli intervistati dichiara di aver firmato una petizione on line. Ambia la forbice tra giovani e meno giovani: se è più di un italiano su quattro (28%) tra i 18 e i 34 anni a dichiarare di aver postato on line pensieri o commenti politici, la percentuale crolla all’8% tra gli over 50.

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