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Alessandro Lanni

Più che di Trump parla di sé. In molti sui giornali e in rete hanno descritto un Beppe Grillo inneggiante alla vittoria di Donald Trump. E, a prima vista, difficile non essere d’accordo. “Il vaffanculo di Trump” titola il blog subito dopo che la notizia più incredibile di questo 2016 si è sparsa per il globo. «È pazzesco» è il grido. E te lo immagini Grillo che gongola della sconfitta di Hillary.

Eppure, a ben guardare e leggendo tra le righe le cose non sembrano star così o, quantomeno, solo così. Mentre un Matteo Salvini o una Marine Le Pen ci contano, si fregano le mani e vorrebbero seguire passo passo il percorso fatto dal miliardario americano. Grillo no. Come è accaduto altre volte, prova a tenersi in equilibrio tra la celebrazione del tifone anti-élite e la presa di distanza da un fenomeno che non tutto il suo elettorato apprezza. Vero, dice che «ci sono delle quasi similitudini fra questa storia americana e il MoVimento» ma non tanto nel programma, quanto piuttosto nel nemico comune davanti.

Grillo picchia duro contro un avversario storico del Movimento: «Quelli che lavorano per interpretare i segnali come la vittoria di Trump sono morti!»

Siamo nati e non se ne sono accorti, perché abbiamo un giornalismo posdatato che capisce quando qualcosa è già successa. Ed è già troppo tardi. Siamo diventati il primo MoVimento politico in Italia e non se ne sono accorti, se ne stanno accorgendo adesso e ancora si chiedono il perché.

“Giornalismo postdatato” lo chiama Grillo. «I veri demagoghi sono i giornalisti» aggiunge nel video-commento. È il fallimento della stampa, certo, ma è anche l’inno del “noi” contro di “loro” tanto caro al leader dei M5S fin dai tempi del Vaffa day. «Pannocchia [così lo ha battezzato] ha mandato a fanculo tutti: massoni, grandi gruppi bancari, cinesi». Ci sarebbe una rivoluzione in corso e Trump e Grillo sono le avanguardie.

Ma Grillo non si mette in scia, non cerca l’appuntamento sull’agenda del futuro leader Usa. Anzi, si smarca da una possibile deriva istituzionale. «Magari diventerà un moderato. Lo vedo già che dirà: “sì, l’ho detto, ma eravamo in campagna elettorale ecc”. Però il mondo è già cambiato. E bisogna interpretare questi segnali. E quelli che lavorano e prendono i soldi per interpretare questi segnali sono morti».

È possibile che Donald Trump a Beppe Grillo in cuor suo faccia anche un po’ schifo. Però, che saranno la xenofobia, la misoginia, gli stereotipi, la violenza, la cialtroneria che trasuda dalle parole del president-elect di fronte alla possibilità di una “reductio a Grillum” del fenomeno del momento?

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