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Alessandro Lanni

Si dice di qua e di là dell’epoca della “post-verità”. L’avrebbe suggellata Donald Trump con la sua campagna elettorale e gli avrebbe dato visibilità planetaria una copertina l’Economist di settembre. L’Oxford Dictionary l’ha pure dichiarata “parola dell’anno”.

Alcuni hanno voluto sottolineare l’origine postmoderna della post-verità, in moltissimi hanno messo in guardia con l’esplosione delle fake news durante la campagna elettorale di Trump che avrebbe avuto come piattaforma d’eccellenza Facebook e le sue pratiche di (non) lettura. Altri ancora hanno sottolineato come non è possibile confinare le fake news ai social media ma hanno – correttamente, ai miei occhi – affermato come l’ecosistema dei media nel suo complesso perda spesso di vista l’obiettivo di un racconto sensato della politica per privilegiare altre metriche forse più redditizie (i clic, le copie vendute, la visibilità).

Certo la verità vacilla e ci sono le bugie della politica, lo scriveva appunto l’Economist. Ma siamo sicuri che la questione sia solo quella della verità nella politica? 

It is fair to say that pretty much the entire job of a politician, unlike that of a woodworker or surgeon, is to talk, not to perform what might traditionally be called “action”. But this does not mean that politicians do nothing. [Leggi l’articolo completo, ne vale la pena].

La politica più che a dire il vero e il falso mira a dire – sempre più – quello che convince e che crea consenso tra i potenziali elettori. La scienza che oggi, ma anche ieri, governa la politica non è tanto la logica ma la retorica che è mamma e papà di comunicazione politica e propaganda, le due gambe su cui deve camminare ogni politico che voglia avere un minimo di seguito.

Il gesto linguistico di Donald Trump (e di tanti prima di lui) in questi mesi ha creato degli effetti in quanto tale. Come una serie di schiaffi e carezze (sono “veri” gli schiaffi e carezze?) hanno colpito l’elettorato Usa.

L’idea che il significato delle parole non sia un fatto là fuori ma che abbia a che fare con il gesto linguistico e con gli effetti che esso mette in moto affonda le sue radici nelle geniali intuizioni di un logico e filosofo americano padre della semiotica moderna: Charles Sanders Peirce. In estrema sintesi si può dire che il significato di una parola è l’insieme dei suoi effetti concepibili. Addio ai fatti come giustificazione del nostro linguaggio, addio al realismo inteso come qualcosa “là fuori” (o “là dentro” alla testa se si pensa ai pensieri). Quella di Peirce è la prima – prendiamo in prestito il termine in voga in queste settimane – teoria “post-factual” del significato.

Anni dopo, in un altro continente e per altro sentiero filosofico, il filosofo inglese John Langshaw Austin aggiunge un nuovo tassello a quest’idea. Quando parliamo, dice Austin a metà degli anni Cinquanta, non trasferiamo contenuti attraverso un canale, piuttosto compiamo delle azioni. Il linguaggio è un grande, immenso serbatoio di azioni. Il libro che raccoglie queste idee si intitola Quando dire è fare (How to do things with words in inglese) e descrive perfettamente il quid del ragionamento di Austin. Il linguaggio è fatto di gesti che producono degli effetti, in particolare esistono “atti linguistici” (così chiama i gesti linguistici) che creano ex novo realtà che non esisterebbero senza di loro.

Perché tutto questo? Perché c’è in nuce l’intuizione di un fenomeno che in tutt’altro contesto e condizioni inizia a essere messo a fuoco in una luce diversa oggi. Cosa sono in estrema sintesi la “post-truth politics” e la “post-factual politics”? Sono la politica ai tempi della comunicazione, della propaganda e dello spin spinti oltre ogni limiti. Le parole non hanno cambiato il loro funzionamento, e il loro significato è ancora la totalità degli effetti possibili. Quel che è cambiato è la capillarità con cui ci raggiunge la comunicazione della politica, dei politici.

Che fare dunque? In un libro di qualche anno fa, Giancarlo Bosetti indicava sul finire alcune proposte per sopravvivere allo spin sempre più invasivo nella politica. Una di queste suggeriva la diffusione ampia di rudimenti di “spinnologia”, insegnare presto e bene come funziona oggi il meccanismo della comunicazione politica. Decostruire anche in tv il lavoro di propaganda e farne vedere in pubblico il dietro le quinte, i meccanismi nascosti, così da offrire a un pubblico ampio competenze adeguate per migliorare la propria capacità critica. Ecco, con la consapevolezza che il significato delle parole è l’effetto che esse hanno su di noi, perché non provare a distinguere tra gli usi che se ne fanno?

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