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Questo articolo è stato pubblicato su Left il 19 novembre 2016

Alessandro LanniMartino Mazzonis

«Stiamo assistendo a una rivolta globale anti-establishment contro la classe politica». La frase non è di un osservatore neutrale o di un politologo ma del nuovo stratega della Casa Bianca, Steve Bannon, probabilmente la figura più controversa della prossima amministrazione Trump. Questo potente gestore di media di destra che poco badano alla veridicità delle notizie e costruiscono campagne, si compiace della rivolta e pensa di poterla dirigere verso destra. La rivolta di cui parliamo è

quella che possiamo definire populista. Quello di Trump è solo l’ultimo trionfo di questa carica di figure politiche che si vendono come nuove o che lo sono – e che hanno come principale caratteristica quella di dare fiato a ciascun malessere presente nella società. Negli Stati Uniti, la rivolta è stata contro l’establishment democratico e repubblicano durante le primarie – con le sorprese Sanders e Trump – e poi contro tutto e tutti nel voto che ha portato il miliardario newyorchese a diventare il primo presidente della storia degli Stati Uniti senza alcuna esperienza politica (o militare).

Prima di Trump, i trionfi del populismo di vario ordine e grado erano stati in Europa: la Brexit, l’Ukip britannico, l’ascesa di Marine Le Pen, possibile e pericolosa nuova sorpresa, l’Ungheria di Orbán, i successi dei 5 stelle, quelli di Podemos e il peso guadagnato da Alternative für Deutschland e dall’olandese Partito della Libertà di Geert Wilders. Nell’elenco possiamo anche includere il nazionalismo religioso di Erdogan e, ultimo in ordine di tempo, il filippino Duterte. Forze politiche molto diverse tra loro, di destra o di sinistra – o attente a non essere una cosa e neppure l’altra – con alcuni tratti in comune.

Negli Usa, sarà bene ricordarlo, il populismo nasce come una forza tendenzialmente di sinistra ma con i tratti un po’ razzisti della popolazione bianca del Sud di quegli anni, non così lontani dalla Guerra di secessione. Il razzismo di quelle forze era però figlio della cultura popolare, non teorizzato e neppure forza trainante del partito. Per alcuni anni il People’s party, forte al Sud tra i piccoli proprietari terrieri e contadini, è un nemico delle banche, delle compagnie ferroviarie, dei ceti ricchi urbani. Ed è un alleato del movimento sindacale. Alle presidenziali del 1894 il partito vince 5 Stati e prende l’8,4% del voto nazionale. Altro campione populista fu Huey Long, governatore della Louisiana dal 1928 al 1935, quando venne assassinato. Long aveva idee di sinistra che ebbero un’influenza su Roosevelt (o meglio, costrinsero FDR a spostarsi per impedire di farsi soffiare voti), ma neppure lui disdegnava di usare epiteti razzisti. A differenza che in Europa, dunque, quando negli Stati Uniti si usa questa categoria, non si nomina necessariamente la destra.

Una categoria politica sfuggente

Per iniziare a comprendere per davvero cosa si intende per “populismo” abbiamo girato la domanda a Cas Mudde, professore all’Università della Georgia, membro del Center for Research on Extremism dell’Università di Oslo e tra i principali studiosi di populismo in circolazione: «Uso una definizione piuttosto semplice di “populismo”. Il “populismo” è un’ideologia che considera la società come separata in due gruppi omogenei ed antagonisti: “il popolo puro” e “l’élite corrotta”. E inoltre sostiene che la politica debba essere espressione della volontà generale del popolo».

Esiste un populismo di destra, più o meno estrema, e uno di sinistra, radicale ma non sempre, ma il populismo di per sé non è né di destra né di sinistra. Piuttosto, dice Mudde a Left: «È combinato con una vasta gamma di altre ideologie, per lo più una qualche forma di nazionalismo a destra e di socialismo a sinistra». Il populismo è quella riga tracciata a contrapporre “noi” e “loro”, in quel mondo della politica dove estremizzazione e polarizzazione sono la norma. Nel suo libro The populist explosion, John B. Judis, scrive: “I populisti sono per il popolo contro le élite o l’establishment, la loro è una politica verticale, che allinea il basso e i ceti medi contro il vertice. I populisti di destra accusano le élite di essere alleati di gruppi terzi – immigrati, neri, musulmani -, quelli di sinistra hanno come nemici solo i poteri forti (la finanza, le banche, la casta)”.

A sua volta, Jan Werner Muller, professore svizzero che insegna a Princeton e autore di What is populism?, tende a sostenere che sebbene Podemos o Bernie Sanders abbiano tratti populisti – come quasi ciascun candidato presidente Usa da diversi anni a questa parte – sono i partiti nazionalisti e di destra a rientrare a pieno titolo nella categoria. Il noi verso loro consente, secondo Muller, di sentirsi moralmente superiori quando si è all’opposizione e, poi, di liquidare come illegittima ogni opposizione. Se “noi rappresentiamo il popolo”, chi non è con noi è contro il popolo. Un secondo tratto del populismo, dunque, secondo Muller è l’antipluralismo non autoritario. Che vuol dire? Che mentre i militari turchi prendevano il potere con un colpo di Stato che estrometteva il governo eletto, il turco Erdogan in questi mesi reagisce limitando di fatto il pluralismo, proprio in nome della democrazia. La verità è che il caso turco dimostra il lento scivolamento verso un governo autoritario.

Chi è il popolo? E cosa sono le élite?

«Dove e quando avete sentito il Popolo?» chiedeva Proudhon ai democratici. «Attraverso quale bocca, in quale lingua si esprime? […] Dovete fare chiarezza su tutto ciò, altrimenti il vostro rispetto per la sovranità del Popolo sarà solo un assurdo feticismo. Tanto vale adorare una pietra». Domande che J.P. Proudhon rivolgeva centocinquanta anni fa ai rivoluzionari democratici. Domande che ricorda lo storico Emilio Gentile in In democrazia il popolo è sempre sovrano. Falso! (Laterza), agile libretto uscito da poche settimane che fa il punto sui rischi di elitismo delle democrazie contemporanee.

Cittadini, popolo, americani, indignati: i popoli sono tanti e uno solo. Non c’è una classe con cui identificarlo: contadini in difficoltà, studenti, piccoli imprenditori, commercianti, poveri o ceto medio, quasi sempre, all’interno dei confini di un Paese. La definizione di popolo è in negativo, contrapposta a qualcosa o qualcuno: noi e loro, come ci ha spiegato Mudde. Nel 1968, alle prese con un’America inquieta, attraversata da conflitti razziali e all’indomani dell’approvazione delle leggi sui diritti civili, il popolo era la maggioranza silenziosa bianca immaginata dallo stratega di Nixon Pat Buchanan. Nel 2015, in Europa, “loro” sono i rifugiati islamisti che “ci portano il terrorismo in casa” e l’odiata burocrazia di Bruxelles.

È così dunque il “popolo” del populismo globale, arrabbiato contro quelli che “pensano solo ai loro affari” e al tempo stesso sempre più fiducioso nei propri mezzi e nel capo che li rappresenta.

Un populismo, mille populismi

Eppure, non ogni populismo è uguale all’altro. Per trovare un orientamento oggettivo tra movimenti e partiti populisti in Europa, Harvard ha pubblicato a settembre un ampio studio che prova a certificare scientificamente la natura del fenomeno. Ronald Inglehart, grande studioso della società post-industriale, e Pippa Norris hanno messo a punto un piano cartesiano delle ideologie politiche europee: 268 partiti per 31 Paesi. Un progetto ambizioso che mira a restituire la mappa politica dell’Europa attuale. Sull’asse verticale delle ordinate si va dal populismo (e quindi: anti-establishment, nazionalismo, leaderismo, valori tradizionali) verso il cosmopolitismo e liberalismo (democrazie pluralistiche, multiculturalismo, tolleranza).

Su quello delle ascisse, da sinistra a destra, si va da redistribuzione economica, welfare state e statalismo (la sinistra economica) a libero mercato, individualismo, bassa tassazione e deregulation (la destra economica). Morale? I greci neofascisti di Alba dorata e gli inglesi di Ukip sono ben piantati nel campo populista ma ben distanti gli uni dagli altri, i primi – insieme agli ungheresi di Jobbik – verso l’estremo sinistro (la destra sociale diremmo noi) e l’Ukip di Nigel Farage all’estremo destro, il quadrante dell’individualismo e della deregulation.

L’“America emarginata” che ha votato Trump e che ha legittimato la sua campagna razzista è una parziale invenzione. Molti di loro sono tutt’altro che emarginati e poveri, fanno parte dell’1%, magari non quello che risiede a Manhattan. Ma attenzione: c’è una parte dei poveri che ha votato il miliardario credendo alla promessa del ritorno a un’età dorata in cui le ciminiere sbuffavano a ritmo frenetico: i bianchi senza istruzione sono il blocco repubblicano più grande. Di risentimento e rancore parlava anni fa Aldo Bonomi a proposito dell’onda leghista in quella che poi avremmo chiamato per qualche anno Padania.

Un rancore analogo ha battuto l’America nel 2016. Non si tratta solo e necessariamente di un voto espresso da parte di persone che sperimentano la crisi sulla loro pelle, ma di gente che percepisce di non avere a disposizione capitale sociale – così ha scritto il New Yorker. In che senso? Le città hanno votato Clinton, le zone rurali e spopolate Trump, la coste Est e Ovest, dove l’economia tira grazie ai giganti della tecnologia e dei media e l’industria culturale è florida, hanno votato Clinton. E così via. Oggi chi vive in una grande città vive il cambiamento, è a contatto con la diversità, ha un sistema di relazioni e conosce le tecnologie. Molti altri si sentono tagliati fuori. La coalizione diversa e cool di Obama – che Clinton ha tentato disperatamente di ricostruire – non deve rimanere troppo simpatica al lavoratore industriale del Wisconsin in crisi.

La rottura di tutti i tabù

In molti hanno provato a normalizzare lo straordinario successo di Donald Trump puntando sui numeri. «In fondo Hillary ha avuto più consensi» si è detto, come se la vittoria del miliardario fosse stata solo un accidente del sistema elettorale Usa. Cosa forse vera, ma che non prende atto sul serio che anche in caso di vittoria della candidata democratica quel candidato, con la sua propaganda razzista, anti-musulmana e xenofoba, ha comunque convinto circa 60 milioni di americani a votarlo. E sdoganato alcune parole che era “vietato” pronunciare in televisione. La destra estrema che si raccoglie attorno al movimento alt-right (alternative right), e che si vuole moderna e alternativa al vecchio establishment conservatore americano, sente finalmente di essere entrata nel gioco dei grandi.

Con il terremoto dell’8 novembre 2016 e la vittoria dei Sì nel referendum sulla Brexit, si è spostato l’asse politico del globo. Definitivamente? Difficile dirlo, quel che è certo è che la sfida per le democrazie, dice ancora Mudde, è proprio la “radicalizzazione della destra, della destra mainstream”. «Finché si penserà che i populisti radicali di destra sono solo i partiti populisti radicali di destra, i democratici non riusciranno a far fronte alla sfida». In altre parole, il populismo si sta trasferendo nelle politiche anche quelle dei conservatori old style.

Alcune recenti uscite del governo di Theresa May in Gran Bretagna sono un esempio ottimo. Come forse tutta la campagna referendaria per la Brexit. Ma capita anche da noi: quando Renzi toglie dallo sfondo la bandiera dell’Ue giocando a svolgere il ruolo dell’anti-populista che ferma il pericolo 5 stelle e leghista e al contempo del difensore del popolo italiano a Bruxelles. O ancora: la risposta securitaria agli attentati terroristici del presidente socialista francese Hollande. A oggi però, quando i partiti tradizionali hanno inseguito quelli della destra populista, spostando l’ordine del discorso verso i temi da questi proposti – e al contempo tenendoli ai margini come la peste – l’effetto è stato di rafforzarne l’appeal. Perché scegliere il securitario dell’ultim’ora Hollande se c’è l’originale Le Pen?

Nazionalisti e solidali

L’emergere di un’ondata populista non è più un fenomeno marginale o occasionale. Le vittorie di alcuni partiti stanno facendo saltare equilibri politici consolidati. A destra c’è anche grande solidarietà: la presenza di Nigel Farage a casa Trump due giorni dopo il voto, così come la pioggia di commenti entusiasti dei leader populisti europei sono piccoli segnali. Colpisce questo internazionalismo da parte di forze che si ergono a difensori dell’interesse nazionale. Del resto, quello che è destinato a essere il cervello politico del neo presidente Usa, lo Steve Bannon che abbiamo citato all’inizio, ne è convinto: la rivolta populista è globale. E lui farà di tutto per farla crescere.

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