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Alessandro Lanni

In Europa sarebbe stato il primo leader d’estrema destra eletto come capo di stato o di governo dalla fine della Seconda guerra mondiale. E invece l’Austria si è risparmiata questo record: il 45enne Norbert Hofer non ce l’ha fatta. Presidente della repubblica sarà Alexander Van der Bellen, economista 72enne leader dei Verdi e alla guida del fronte che ha arginato l’avanzata del Freiheit Partei (il Partito della libertà), formazione di estrema destra che in molti davano per favorita e che in ogni caso raccoglie un numero altissimo di consensi.

Dopo una lunghissima campagna elettorale, passata anche attraverso la bocciatura da parte della Corte costituzionale del risultato uscito dal secondo turno della scorsa primavera e la necessaria ripetizione del voto, finalmente si arriva a un’elezione definitiva.

“Kein exit”. È stato il mantra con cui Hofer ha provato a rassicurare gli indecisi negli ultimi giorni di campagna elettorale. Aveva fiutato che non sarebbe stato sufficiente intercettare la protesta islamofoba e anti-Ue. Con la destra destra dalla sua parte, si trattava di intercettare qualche voto di quella classe media e di mezz’età, più preoccupata dai pericoli di un’eventuale uscita dall’Ue che dall’invasione islamica. Nelle ultime uscite il tono era lontano dall’estremismo: «Non voglio un centralismo brussellese» dichiarava il candidato del FPÖ in un’intervista pochi giorni prima del voto. «Il principio della sussidiarietà significa che affrontiamo i grandi problemi insieme, spalla a spalla, collaborando in modo stretto su temi come la difesa o la sicurezza o altri ma senza un governo centrale». Niente Öxit, dunque.

Rifugiati e immigrazione

Non solo toni smorzati su Bruxelles, ma Hofer aveva cambiato registro anche nelle uscite sui migranti e i musulmani. I vecchi slogan “Vienna non deve diventare Istanbul” o “Patria non islam” non avrebbero pagato, e ora la sfida era la diplomazia. Collaborazione con l’Italia e selezione dei rifugiati alla partenza: «solo un quarto di coloro che partono hanno diritto veramente alla protezione internazionale» diceva ultimamente il futuro sconfitto.

Ed è comprensibile questo cambio di rotta. In Austria da marzo non arriva quasi più nessuno. Dalle migliaia di ingressi giornalieri dell’autunno 2015, si è passati alle decine degli ultimi mesi del 2016. Un calo provocato prima dalla chiusura delle frontiere di diversi paesi balcanici e poi dall’accordo tra Ue e Turchia del 18 marzo 2016. Ormai sono poco più di duemila al mese le domande presentate in Austria la maggior parte delle quali presentate da siriani, afghani e iracheni. Nei primi dieci del 2015, sono state 68950 le richieste di asilo arrivate alle commissioni austriache. Nello stesso periodo del 2016, il numero è quasi dimezzato. Sono 37135 coloro che hanno chiesto protezione a Vienna.

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Fonte: Open Migration

Chi ha votato chi

Il grafico in basso mostra come Van der Bellen abbia trionfato in tutte le fasce della società dove più largamente (tra i dipendenti pubblici con il 66%) e dove in maniera più risicata (tra i lavoratori autonomi col 51%). Ciò non toglie che colpisce il trionfo di Hofer e della destra estrema tra gli operai, dove il candidato uscito sconfitto dal voto ha raccolto l’85% dei consensi.

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Un grafico ulteriore – anche questo ancora basato sugli exit poll – individua il fattore decisivo del risultato austriaco: il voto femminile. Se solo gli uomini si fossero recati alle urne, oggi l’Austria avrebbe un altro presidente. Infatti il voto maschile ha premiato Hofer col 56% mentre il voto femminile ha scelto Van der Bellen con addirittura il 62% delle preferenze.

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E dunque?

Per una provvisoria interpretazione ci affidiamo al politologo e grande esperto di populismi ed estrema destra Cas Mudde che ha riassunto in 12 tweet la morale di questo voto austriaco. Potete leggerli uno di fila all’altro qui.

 

 

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