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Alessandro Lanni

Dopo mesi passati tra sorpresa, confusione e paura, sulla questione rifugiati le posizioni di molte forze politiche si stanno cristallizzando. Una linea politica sintetizzata in un tweet di Virginia Raggi di qualche giorno fa.

Pochi dentro, molti fuori. Ecco, dietro queste parole di apertura si nasconde quella che nella politica italiana è ormai la posizione più diffusa sulla questione migranti/rifugiati. Vediamo.

Capiamoci, non che le parole della sindaca siano da rigettare. “Fratelli”, “sorelle”, “accogliere i rifugiati” sono belle parole che piacciono a tutti o quasi e per questo sembrano idee innocue e anzi condivisibili. Nonostante ciò, nascondono una presa di posizione sempre più diffusa in Italia. Quelle parole sanciscono una divisione tra buoni e cattivi, che tiene insieme la solidarietà verso chi fugge dalla guerra e l’intransigenza verso chi magari vuole solo vivere un po’ meglio. Insomma, anche sui barconi di disperati che attraversano il Mediterraneo c’è una prima e una seconda classe. Pensate un po’.

Quello che twittava la Raggi arriva un giorno dopo l’intervista ad Alessandro Di Battista che, tra le molte cose, sulla questione afferma:

I profughi con diritto di asilo devono essere accolti in Europa e distribuiti uniformemente in tutti i paesi membri. Chi è privo di diritto d’asilo in questo momento storico deve essere espulso. Il termine espulsione non deve essere ricondotto alla destra, alla sinistra, o alla xenofobia.

Una contrapposizione che affonda le radici nella bibbia del Movimento: il blog di Beppe Grillo. Quasi due anni fa si leggeva questo:

Da un po’ di tempo chiunque entri in Italia con un barcone è un definito “migrante”, ma le parole giuste sono solo due: “rifugiato politico” (circa un decimo di chi sbarca sulle nostre coste) o “clandestino”. Migrante non vuol dire nulla. Non si tratta di pellegrinaggi o di carovane come ai tempi di Marco Polo. E’ un eufemismo, una presa per i fondelli. Serve ad aumentare i voti ai “buonisti” di sinistra con il culo degli altri e ai razzisti che alimentano la paura del “diverso”.

Eccola la genealogia interna al M5S di una posizione che ormai è sempre più condivisa. E però non è tutto.

Matteo Salvini batte da tempo ormai sulla distinzione tra rifugiati e clandestini. I primi scappano dalla guerra e hanno diritto. Gli altri scappano, magari solo dalla fame e no, non devono essere accolti: “TUTTI A CASA!”. Il braccio armato del segretario della Lega è la sua pagina Facebook che fa da volano alle centinaia di apparizioni in tv e propaga il mantra: “fuori dalle palle quelli che non hanno diritto!”. (Su Salvini e la mistificazione su “chi ha diritto” ho già scritto).

Il punto d’equilibrio è ormai spostato sempre più a destra. Distinguere tra chi avrebbe un diritto e chi no, è ormai il bastione su cui buona parte della politica italiana si è assestata. E non solo tra i populisti, ma addirittura anche nel Pd: chi non ha diritto all’asilo deve essere rimpatriato.

L’immigrazione come enorme questione economica del nostro tempo è ormai completamente rimossa. Un tempo la dicotomia e la contrapposizione erano tra migranti regolari e irregolari, quelli che venivano per lavorare e i cosiddetti “clandestini”. Ora non più e, paradosso, se arrivasse oggi la famiglia marocchina scacciata da San Basilio e coccolata, giustamente, dalla Raggi sarebbe tra i senza diritto da rimpatriare. Ricordiamolo.

Alla fine del 2016 saranno arrivate in Italia quasi 200mila persone (i morti nel Mediterraneo saranno quasi 5000), la maggior parte provengono dall’Africa subsahariana – dalla Nigeria al Gambia al Sudan – in molti casi da paesi dove le violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno (si pensi al Gambia visto da Human Rights Watch o anche alla Nigeria) ma che hanno tassi di riconoscimento di protezione internazionale molto bassi.

La rimozione dei cosiddetti “migranti economici” dal dibattito politico (e pubblico) è ormai un fatto. E se si dà retta ai sondaggi è anche maggioranza nella politica italiana. Le buone intenzioni del dibattito lanciato da Al Jazeera lo scorso anno stanno cambiando di segno. Se bisognava chiamarli tutti “rifugiati” per offrire una protezione maggiore a tutti, ora parlare solo di rifugiati significa nascondere il problema dell’immigrazione sotto il tappeto, come la polvere.

 

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