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Alessandro Lanni

Un anno fa usciva una mia intervista con Zygmunt Bauman nella quale il sociologo polacco discuteva (e criticava) le politiche miopi assunte da stati nazionali e Ue per fronteggiare il terrorismo. C’erano stati da poco gli attentati di Parigi del 13 novembre e la tensione era comprensibilmente altissima. Allora – come oggi – c’erano pressioni enormi per sospendere (o abolire) la libera circolazione tra paesi europei come misura necessaria per la sicurezza.

Sono passati 365 giorni da quell’intervista, ma quanto e come è cambiata la situazione? Il flusso dei profughi in arrivo dal Medio Oriente con la chiusura della “rotta balcanica” è calato, l’Unione europea ha stretto un accordo capestro con la Turchia di Erdogan, negli Usa al posto di Barack Obama siede Donald Trump, movimenti e partiti populisti di estrema destra stanno guadagnando consensi ovunque. Alla luce di tutto questo, difficile sfuggire dall’analisi di Bauman ed è altrettanto difficile vedere un miglioramento nella situazione.
Così iniziava l’intervista:

«”Per vincere, i terroristi fondamentalisti possono tranquillamente contare sulla miope collaborazione dei loro nemici”. Sospensione di regole base della democrazia, risentimento verso gli stranieri, il circolo tra propaganda politica e xenofobia, stati-nazione incapaci di affrontare un fenomeno epocale come le grandi migrazioni. La “refugee crisis”, prima e dopo gli attentati di Parigi, è la cartina tornasole di una più globale crisi dell’Occidente».

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