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Roberta Carlini

Il gergo delle banche è pieno di parole che richiamano, più che i soldi e la materialità della vita, le sue emozioni. Sofferenze bancarie, cattivi debitori, e la stessa parola credito ne sono buoni esempi. Facile dunque intuire che, messa vicina al carburante infiammabile che genericamente – e per semplicità – chiamiamo “populismo”, tutta la materia delle banche rischia di fare un bel falò, alla fine del quale ci si trova senza niente tra le ceneri. Il populismo allo sportello può fare bei danni: tanto più che, senza popolo davanti, quegli sportelli chiuderebbero.

Ultimo esempio, in ordine di tempo, è in quella sorta di tribunali del popolo evocati dal presidente dell’Abi Antonio Patuelli, che ha chiesto la pubblicazione degli elenchi dei più grossi debitori delle banche in difficoltà, a partire dal Montepaschi, ipotizzando che dietro il crac o il quasi-crac di molte banche ci sia un comportamento scorretto di grandi gruppi che, presentandosi a chiedere linee di credito, avrebbero mentito e ingannato circa il proprio reale stato di salute economica. Per dare sostegno alla sua ipotesi, Patuelli ha richiamato anche una norma antica con una parola sconosciuta ai più (mendacio bancario, che negli incubi degli studenti di Giurisprudenza sta appena sotto l’abigeato, cioè il furto di bestiame).

La gogna esemplare

Ora, nessuno contesta il fatto che la crisi delle banche non dipenda dai piccoli ma dai grandi debitori – se non altro, per la logica dei numeri (e poi, l’aveva già scoperto il “banchiere dei poveri” Yunus, che i microdebitori pagano sempre, al contrario dei big).

Né si può negare che, tra i grandi e piccoli gruppi, ci sia chi ha ottenuto fidi e linee di credito solo per il suo nome, per i suoi legami, il suo potere di ricatto fatto di giornali e relazioni (si veda l’articolo di Marco Onado su lavoce.info). Ed è giusto che l’opinione pubblica sia informata di tutto ciò, come già sta succedendo per esempio con una serie di articoli sul Sole 24 Ore.

Il problema non è negli elenchi, ma nel farne una gogna esemplare e soprattutto nella mano del boia. Partiamo (è una metafora, nb) da quest’ultimo. Antonio Patuelli, classe 1951, è al vertice dell’associazione che riunisce le banche italiane: un’associazione privata, che non ha compiti di vigilanza ma di rappresentanza. Dunque, come un sindacato, rappresenta – fa lobby per – tutte quelle banche che negli ultimi anni hanno dato la prova di sé che conosciamo. Di più: è stato votato da loro.

Non solo: viene esattamente da quel mondo, all’incrocio tra sportelli e politica, contro il quale parte adesso lancia in resta. La sua carriera parte dalla Cassa di risparmio di Ravenna e passa per il partito dei liberali italiani: ma com’è noto, non è che in economia basta autodefinirsi liberale per esserlo. Tra i principi liberali ci sono di certo quelli della separazione degli interessi in conflitto e della responsabilità, e sarebbe bene che i banchieri pensassero alle proprie.

Ribellarsi alla casta dal cuore della casta

Ma non è solo per questo che la sortita dell’Abi, subito seguita in modo bipartisan dal mondo politico, è un tipico esempio del cortocircuito del populismo bancario. C’è anche dentro la tendenza planetaria del momento – da Trump a Renzi – di sparare sul quartier generale essendone una parte. Di parlare contro l’establishment dal cuore dell’establishment. Di ribellarsi alla casta da membro della casta. Agitare confusamente i sentimenti e i risentimenti popolari per prendere il potere può essere utile (anche se non condivisibile), ma farlo da posizioni di potere è poco credibile. Da chi ha potere e responsabilità, ci si aspettano soluzioni, non cavalcate selvagge sui problemi.

Ma le soluzioni, a cercarle, richiedono di distinguere, analizzare, e scegliere. Per esempio: nella lista dei “cattivi debitori” (che non vuol dire cattive persone, ma soggetti che non riescono a pagare i debiti) ci può essere un’impresa piegata da avverse condizioni di mercato, o una che ha dilapidato i soldi in yacht per l’azionista di riferimento. Chi ha sbagliato un investimento, e chi ha sperperato la fiducia altrui. Chi deve distinguere? La banca, quando dà il credito. Le procure, quando c’è stata truffa. La politica, quando detta le regole. La vigilanza, quando sorveglia sulla loro attuazione.

E anche “il popolo”, quando va in banca e sceglie dove mettere i soldi. È impopolare dirlo ora. Ma si può chiedere, a chi va allo sportello e compra una cosa che dà un rendimento doppio o triplo rispetto ai Bot, di controllare cosa c’è scritto sopra? Invece adesso ci prepariamo a risarcire tutti, ricchi e poveri (più i primi), truffati e incauti, furbi e ingenui. Tanto paga lo Stato.

Poi tra qualche anno si scoprirà che è aumentato il debito pubblico, e magari qualcuno dal governo chiederà la pubblicazione degli elenchi dei possessori di bond che sono stati rimborsati del loro investimento sbagliato. Passando da una gogna all’altra, senza cambiare niente.

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