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Martino Mazzonis

Come il video di Geert Wilders che abbiamo pubblicato qualche tempo fa, la prima conferenza stampa da presidente eletto di Donald Trump (la prima in sei mesi dell’ex candidato, «che abbiamo smesso di farne perché ne usciva una rappresentazione distorta») è una specie di rappresentazione plastica del populismo (qui trovate un riassunto della conferenza tutta).

Se Wilders parlava di identità, Trump parla di leader meravigliosi (se stesso), indica nemici e si dipinge come esterno all’establishment. E poi usa toni assoluti e non risponde alle domande.

Partiamo da una (non) risposta sulla Russia e sui potenziali conflitti di interesse.

Ho twittato che non ho accordi, prestiti, affari in Russia. Lo scorso weekend mi hanno offerto un affare da 2 miliardi in Dubai, ho rifiutato, non dovevo farlo, perché non sono in una posizione di conflitto di interessi, ma non voglio trarne vantaggio… Potrei guidare la Trump organization, una grande organizzazione, e fare il presidente ma non lo farò, sebbene lo farei bene, sarei l’unico in grado di farlo… lascerò la gestione ai miei figli, sebbene non c’è nulla che mi costringa a farlo e no, non renderò pubblici i miei record fiscali perché se non interessano a nessuno se non a voi… (applausi in sala).

Qui Trump fa pubblicità alla propria azienda, ci spiega che, in quanto supereroe sarebbe perfettamente in grado – e avrebbe legalmente la possibilità – di fare due mestieri impegnativi. Se non fosse che un coro bipartisan di esperti giuridici spiega che nemmeno il passaggio ai figli elimina il conflitto di interessi. Il presidente eletto ci blandisce poi con la sua magnanimità introducendo il particolare del Dubai, che non ha nessun interesse in una risposta sulla Russia. Infine attacca i media in due modi: spiegando che lui le notizie le ha già twittate e che il tema della trasparenza sulla dichiarazione delle tasse non interessa se non a giornalisti che cercano sempre lo sporco ovunque.

Gli applausi in sala fanno parte della scena: durante la conferenza stampa sono arrivati due volte ed in entrambi i casi erano in risposta ad attacchi ai media. Piccolo particolare, Politico.com ci informa che in sala stampa – o meglio nella hall della Trump Tower, casa sua, oltre ai giornalisti c’erano molti membri dello staff chiamati a fare la claque. Un modo come un altro per non avere «informazione distorta» e per riprodurre in piccolo il clima dei comizi. Che poi è quello che gli ha consentito di presentarsi al pubblico in maniera diretta, senza il filtro delle domande dei giornalisti.

Da ultimo c’è l’attacco diretto a quel «mucchio di mondezza» che è Buzzfeed, reo di aver pubblicato il dossier con notizie riservate sul presunto ricatto russo alla sua persona e alla Cnn che è un esempio perfetto di fake news. Dopo la conferenza stampa, Trump ci è tornato con un tweet: CNN si sta squagliando, i suoi ratings sono giù dopo le elezioni (succede sempre, CNN cresce in anno elettorale e poi scende) perché con le loro notizie false, stanno perdendo credibilità e saranno presto finiti.

Lo scontro con il reporter di CNN che prova a fare una domanda in conferenza stampa eccolo qui:

Lo scontro tra media del potere e politici senza paura è un tratto caratterizzante della vulgata populista (con l’eccezione di Marine Le Pen che tenta una strada a metà). La ragione è nota, ma la ricordiamo.

Il numero di persone che ha fiducia nei media negli States è molto basso, ma come sappiamo dai casi del blog di Beppe Grillo o dai toni usati da molti dei candidati che giocano a fare i nemici del sistema di potere, la sfiducia è diffusa in Occidente. E Trump usa questa sfiducia per continuare ad alimentare la propria base elettorale. Quella militante e più di destra o conservatrice ha una lunga tradizione di non frequentazione dei grandi media mainstream.

Notoriamente le Talk Radio conservatrici – o alcune trasmissioni di FoxNews – sono la fonte principale a cui milioni di americani attingono per sapere cosa succede negli US e nel mondo. Poi ci sono i siti che in questi mesi e anni hanno svolto lo stesso ruolo. Come ad esempio Breibart News, il sito di cui era direttore Steve Bannon, attuale stratega della Casa Bianca.

Tutte fonti inaffidabili, improbabili, complottiste e molto, molto di parte. Come si vede nel grafico Gallup qui sotto, i repubblicani sono il gruppo politico che meno di tutti ha fiducia nei media, una base perfetta da nutrire con attacchi a Cnn.

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Delegittimando i media e sapendo che il filmato con se stesso che umilia il giornalista farà il giro dei canali della destra, Trump alimenta la propria base con certezze e si prepara a un fuoco di sbarramento contro le critiche che gli pioveranno addosso su molte delle scelte che si appresta a fare. L’incoerenza, le contraddizioni su diversi temi (nelle audizioni sulla Russia i suoi generali stanno attaccando Putin), l’improbabilità di alcune promesse sono il problema da cui difendersi. Di fronte agli insuccessi della sua presidenza, Trump indicherà nemici nell’establishment (o stranieri). I giornalisti sono avvisati.

Adottando questa tecnica si può poi evitare di rispondere alle domande, aggirarle, parlare d’altro. E anche questo è un buon modo di non rispondere delle proprie parole e delle proprie azioni.

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