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Alessandro Lanni

Quest’articolo fa parte di un ricco dossier realizzato dall’Ispi (l’Istituto per gli studi di politica internazionale) e intitolato “La guerra globale della disinformazione”.

Una ventina d’anni fa, il giurista Cass Sunstein poneva la questione in questi termini: il web prima e i social network poi stanno peggiorando la qualità della democrazia perché ci fanno vivere dentro bolle ermetiche che escludono voci diverse da quelle che condividiamo. Se il filtro siamo noi, se siamo noi a scegliere la nostra dieta informativa tendenzialmente lasciamo fuori ciò che mette in crisi le nostre opinioni che diverranno man mano sempre più cristallizzate e granitiche. Il risultato è la polarizzazione e la radicalizzazione delle opinioni politiche, scrive Sunstein nel suo libro ormai classico Republic.com.

E oggi? Cosa rimane oggi di quell’analisi? Molto e poco. Ricordiamolo, Facebook nasce nel febbraio 2004 e Twitter nel marzo 2006: in poco più di dieci anni anche il ciclo della comunicazione della politica è stato stravolto dalla centralità assunta dai social media.

La consapevolezza e l’uso delle piattaforme social ha aumentato la coscienza diffusa nel mondo del potere anche positivo e democratizzante di questi strumenti. Trasparenza dei dati, privacy, capacità di mobilitazione, fact checking, sono solo alcune nuove issues che si sono affermate in parte dell’opinione pubblica grazie alle nuove forme di comunicazione.

Al tempo stesso, la minaccia populista sulla democrazia che preoccupava Sunstein sembra realizzarsi. Le varie declinazioni del populismo in occidente sono IL fenomeno politico di questi anni e, soprattutto, dei prossimi. Realizzando proprio quella polarizzazione che angustiava il giurista di Harvard: “noi” ovvero il “popolo” contro “gli altri” che di volta in volta prende la forma di “immigrati”, “l’Europa”, “le élite”, “i partiti” ecc.

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