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Alessandro Lanni

«Se non leggi i giornali non sei informato, se li leggi sei male informato (misinformed)». In una battuta c’è tutto: la diagnosi e la critica, lo smarrimento e il paradosso del cittadino contemporaneo di fronte al dibattito globale che – per comodità – passa oggi sotto il nome di “post-verità” e di “fake news”. A pronunciarla è stato Denzel Washington in un’intervista in cui, pochi giorni dopo l’elezione di Trump, mette a fuoco le principali questioni che hanno afflitto il giornalismo nei mesi precedenti e successivi alla vittoria la sorpresa di “The Donald”.

Si tratta di questioni complesse, opache, contraddittorie, dove la zona grigia è molto più ampia del bianco e del nero che vorremmo. Ricette sicure non sembrano ancora esistere, altrimenti non si spiegherebbero le centinaia di riflessioni uscite in poche settimane. Quand’è che l’imprecisione diviene bufala, il pettegolezzo diviene notizia, o la fake news è strumento di propaganda? O volàno per un business on line molto remunerativo?

“Il dibattito sulla “post verità” è importante e particolare, ma è stato fuorviato e banalizzato. Ora va molto sostenere che la parola sia stupida, pretestuosa, e sia un inutile sinonimo di “bugia”: ma è perché non la si è capita, e non si è capito di cosa si parlasse, quando si è cominciato a parlarne”. Ha ragione Luca Sofri a scrivere così, provando a cambiare tavolo rispetto alla disfida tra “relativizzatori” (“le bufale ci sono sempre state, non c’è nulla di nuovo”) e i “catastrofisti” (“tutta colpa di Facebook! Limitiamo il suffragio universale!”).

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