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Alessandro Lanni

Partiamo da una citazione.

A post-democratic society is one that continues to have and to use all the institutions of democracy, but in which they increasingly become a formal shell. The energy and innovative drive pass away from the democratic arena and into small circles of a politico-economic elite [qui la fonte].

Così Colin Crouch descriveva uno degli aspetti fondamentali dell’evoluzione della politica in quella che lo stesso studioso inglese ha battezzato “post-democrazia”. Un termine al quale in sostanza corrisponde una nuova dimensione della democrazia, indebolita da varie cause e dove alcune lobby non politiche acquistano un ruolo sempre più importante non solo nella sfera pubblica ma pure all’interno delle istituzioni.

Nelle sue analisi Crouch si è concentrato sulla dimensione economico-finanziaria di questo svuotamento della democrazia, ma è difficile non vedere come in questo periodo turbolento esistano anche altri piani in cui la politica sta perdendo peso a beneficio di altri attori.

Cos’è la global community di Zuckerberg

Per esempio, proviamo a confrontare la cupa descrizione del politologo con quanto ha scritto pochi giorni fa uno dei più ricchi e potenti imprenditori al mondo.

Mark Zuckerberg – inventore e capo supremo di Facebook – ha pubblicato il 16 febbraio un nuovo manifesto a mezza via tra il “product placement” (ovviamente il suo “product”) e il “calmi, state calmi, ci penso io”.

Certo, l’hanno notato in molti in questi giorni, c’è una trasformazione sempre più marcata del ruolo della piattaforma social. Ma, tra le righe, Zuckerberg pare mirare anche a un bersaglio più ambizioso, ad andare a giocare su un campo diverso da quello della trasformazione del sistema delle news, della distribuzione, della selezione, della fruizione dell’informazione.

L’uomo sembra proprio voler giocare un ruolo nella grande partita politica così come si sta imponendo in questi mesi su scala americana e in tutto l’occidente. Pare proprio che Zuck. voglia presentarsi come contraltare al populismo (ovviamente a lui interessa quello di Donald Trump), e rivolgendosi allo stesso popolo degli esclusi dalla globalizzazione, ma per offrire un’alternativa e costruire un nuovo legame di comunità.

Un territorio di questa battaglia è sui media: screditarli (Trump) oppure ringraziarli (Zuckerberg)

L’espressione chiave di tutta la lunga nota di Zuckerberg è proprio “global community”. E come costruire questi nuovi ponti tra gli atomi conquistati dalla promessa populista? Ma grazie alla sua piattaforma social, ovviamente.

Una piattaforma per qualcosa di più grande

Tra le numerose interpretazioni uscite in questi giorni, la più suggestiva (e convincente, almeno per me) è quella di Ezra Klein, secondo cui il nuovo manifesto avrebbe quasi una dimensione religiosa.

Which is all to say, Zuckerberg harbors awesome ambitions — much grander than merely making the world “more open and connected.” He wants Facebook to be the platform for much broader swaths of human life than governments typically drive, and he is thinking far beyond the borders of any single country.

But to do that, he has to move Facebook beyond being a neutral platform and tie it to an idea of where humanity can and should go next. Religions do this. Political parties do this. National governments do this. And now Facebook is doing it too. What Zuckerberg is offering here isn’t a business plan so much as it’s a philosophy or an ideology. But philosophies and ideologies are harder and more dangerous to follow than business plans.

Agli occhi di Zuckerberg, la global community è una sorta di “ecumene”, una grande ecclesia planetaria con miliardi di fedeli. Ci sarà tempo per verificare. Certo è che la tempesta populista del 2016 pareva aver messo alla prova non solo le fragili democrazie occidentali ma anche l’idea della post-democrazia, ovvero l’idea che al governo di fatto potessero esserci grandi lobby di potere extra-politico.

Ecco, con questa sterzata sembra proprio che uno dei “poteri forti” più forti che c’è voglia dire la sua anche nell’agone politico. Certo, è l’imprenditore ragazzo, per certi versi ancora outsider, ma difficilmente il fondatore di Facebook può escludere lui e la sua creatura dal sistema globale dei poteri. E così prepara un nuovo terreno, composto da quasi due miliardi di utenti, e prova a ribaltare i ruoli, con i nuovi populisti come Trump schiacciati – sorpresa – nella parte dell’establishment.

La domanda è però ora questa: sapranno le vecchie democrazie malandate e prese in mezzo in questo scontro fare i conti con un potere sempre più aggressivo? Quale sarà il destino della democrazia presa in mezzo tra il populismo e la post-democrazia di Mark Zuckerberg, tra chi può orientare l’opinione pubblica a colpi di propaganda e chi con qualche modifica all’algoritmo?

Perché ha ragione Klein nel suo commento, quello che Facebook ha prospettato non è un business plan, per quanto ambizioso, ma un progetto più ampio che è politico e – addirittura – religioso. La post-democrazia è alle porte.

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