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Alessandro Lanni

«L’invasione dei clandestini», «il governo non eletto», «tutta colpa dell’Europa». Le chiamiamo fake news perché tutte e tre – e tante altre simili – sono, alla prova dei fatti, false. Eppure, nella battaglia per un’informazione quantomeno dignitosa, ormai è chiaro, non basta chiamarle fake news, bufale, balle, o come si preferisce. Dietro quell’espressione molto in voga oggi c’è molto di più. Ci sono contenuti e intenzioni diverse.

C’è la satira e il titolo costruito per il clickbait (caccia al click), c’è la notizia ma contestualizzata male e c’è la polpetta avvelenata data in pasto all’opinione pubblica, c’è la partigianeria appassionata e l’interesse economico di chi fa soldi a colpi di click e retweet.

E poi c’è la propaganda politica, quella che anima da un secolo e passa la macchina del consenso, ma che oggi ha scoperto Facebook e Twitter e ci viaggia a gonfie vele. E allora più che chiamarle fake news, andrebbe chiamata in causa direttamente la politica. Più correttamente andrebbe definita fake politics, una politica costruita sulle balle.

Fake e politica

«Quanto è arrivato in basso Obama da intercettare i miei telefoni durante la campagna elettorale. È un Nixon/Watergate. Che schifo!». Ultimo caso in ordine di tempo di fake politics è quello delle intercettazioni telefoniche nell’ufficio di Donald Trump. Il presidente lancia il tweet bomba e per qualche ora la stampa americana e mondiale entra in fibrillazione. Poi, nel giro di 24 ore, arrivano le smentite dell’ex presidente, la Cia nega («non ci sono state intercettazioni a Trump in quanto candidato e contro la sua campagna»), anche i repubblicani chiedono spiegazioni e Trump è costretto a ridimensionare molto la portata delle affermazioni. «Chiediamo che le commissioni sull’intelligence del Congresso esercitino il loro controllo per capire se ci sono stati abusi nel 2016». E il nuovo comunicato si chiude con: «Per concludere il Presidente e la Casa Bianca non commenteranno ulteriormente».

La fonte della presunta notizia? Il sito di estrema destra Breitbart News, potentissimo braccio on line della propaganda trumpiana, che a sua volta aveva pescato dentro un’altra rivista della destra Usa, Heat Street, un articolo del novembre 2016.

La politica alterata, dopata, in definitiva farlocca è tutta qui, nel paradosso in cui la propaganda certificherebbe la verità. Tutto sta a far durare più possibile l’incantesimo della bugia.

Prendiamo un altro caso del campione del fake. L’attentato in Svezia. Il 18 febbraio Trump sul palco di Melbourne in Florida esplode: «Guardate cosa è successo ieri notte in Svezia. La Svezia, capito? chi lo potrebbe credere. Ne hanno presi tantissimi stanno avendo problemi come non avrebbero mai immaginato». Ma cos’era successo nel Paese scandinavo venerdì 17? Nulla. Nessun attacco provocato da rifugiati né da migranti. Semplicemente il presidente aveva assistito a un programma su Fox News nel quale si raccontava la situazione svedese.

Come chiamare quest’uscita del presidente Usa? Che sia una balla è certo, ma più che altro è propaganda fatta a colpi di spin che corregge la verità, la altera o la inventa di sana pianta. L’obiettivo è giustificare il “Muslim ban”: «Dobbiamo tenere al sicuro il nostro Paese!». E vale tutto e «by any means necessary» (con ogni mezzo necessario).

Ecco, la minaccia dell’invasione musulmana sventolata da molte destre europee è oggi lo spauracchio che più di ogni altro agita le campagne elettorali. «Feccia marocchina» ha sintetizzato la questione Geert Wilders, leader del Pvv, il partito anti-islamico olandese favoritissimo nelle elezioni di mercoledì prossimo.

«Ci vuole una pulizia di massa anche in Italia. Non vedo l’ora, una volta al Governo, di controllare i confini come si faceva una volta e usare le navi della marina militare per soccorrere e riportare indietro i finti profughi». Così si è espresso qualche settimana fa Matteo Salvini in un’uscita pubblica a Recco in Liguria.

Anche volendo far finta di non vedere il linguaggio che riecheggia quello dei rastrellamenti nazisti di settant’anni fa, Salvini la butta lì come se nulla fosse: «Usare le navi della marina italiana per riportare indietro i finti profughi». È una proposta fattibile? No, nient’affatto. L’Italia è stata già condannata dalla Corte europea per i diritti umani per i respingimenti in mare dei migranti. Il responsabile dell’operazione era un altro leghista, l’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni. Si tratta di “espulsione collettiva”, operazione vietata dalla Convenzione europea per i diritti dell’uomo. E non è possibile neanche – come sembra voler intendere tra le righe Salvini – distinguere i richiedenti asilo dai migranti in alto mare, a bordo delle navi militari.

È la fake politics, bellezza e nessuno gli chiederà conto della balla.

Per non dire poi di quell’altra bufala strillata ad arte da anni: l’invasione islamica in Italia. Fake news per la stampa che ci abbocca o che sta al gioco, ma all’origine anch’esso slogan politico, ovvero falsità fatta circolare ad arte. Perché i numeri parlano chiaro: dai primi anni Novanta a oggi, la percentuale di cittadini provenienti da Paesi a maggioranza musulmana è rimasta costante, circa un terzo degli stranieri presenti in Italia.

Il tweet di Trump provoca la stampa liberal che a sua volta critica il presidente che reagisce con un altro tweet dove definisce fake news i media nemici. È capitato anche sull’“incidente svedese”. Cinicamente, è un meccanismo “win win” con cui Donald rafforza il consenso tra i suoi fan, mentre giornali e tv liberal, almeno per il momento, aumentano abbonamenti e copie vendute. Quello della fake politics è un circolo molto poco virtuoso e di sicuro rischioso per la qualità dell’opinione pubblica, che ha tutto da perdere.

Fake e media

Altri 5 punti in meno nella fiducia per i media rispetto al 2016. Lo certifica la XVII edizione dell’Edelman Trust Barometer sulla fiducia globale nelle grandi istituzioni (governi, business, Ong e appunto media, vecchi e nuovi) che sottolinea come in particolare nelle classi meno informate i giornali siano sempre meno considerati.

Nella seconda metà di ottobre 2016, l’istituto Ipsos Mori ha realizzato un sondaggio tra la popolazione della Gran Bretagna sulla fiducia (o sfiducia): «Quale tra queste categorie di persone dice generalmente la verità?». In cima alla lista delle professioni di cui fidarsi ci sono infermieri, medici e insegnanti. E in fondo? Per la precisione: giornalisti, esponenti del governo e politici in generale, rispettivamente con il 24, il 20 e il 15%. Il popolo è contro le élite, e le élite sono rappresentate da media e politica, almeno nella narrazione che più si sta affermando negli ultimi tempi.

In Italia il cortocircuito tra grandi giornali (Repubblica e Corriere della sera) e Movimento 5 stelle sul caso degli sms di Luigi Di Maio su Marra e Raggi è un’ulteriore conferma che politica e stampa figurano spesso come lo yin e lo yang. Certa politica sfrutta a proprio vantaggio l’ostilità della stampa, che a sua volta sopravvive alla ricerca dell’inciampo della nuova classe dirigente anche a costo di forzare la mano delle notizie.

Dov’è la verità? Ah, saperlo. La reputazione di chi racconta conta più di quel che si racconta e la parrocchia che narra la storia pesa eccome sulla bilancia delle notizie. Sul caso Di Maio dobbiamo prendere per vero quello che hanno raccontato i giornali o quello che sostiene il M5s, il partito anti-giornali?

La storia insegna che il circolo vizioso tra fake news e fake politics c’è sempre stato. «La produzione di frammenti di notizie false, semi-false o vere ma compromettenti ha raggiunto un picco nel XVIII secolo a Londra, quando i giornali hanno cominciato a circolare tra un vasto pubblico». Altro che colpa dei social network, la propaganda politica a mezzo stampa c’è da quando circolavano le prime gazzette, ha scritto pochi giorni fa sul New Yorker il grande storico di Harvard Robert Darnton. È certo però che oggi politica e media, in crisi di credibilità, si stringono nell’abbraccio fake – ma molto reale – per non affondare.

 

Articolo uscito su Left dell’11 marzo 2017

 

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