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Alessandro LanniGiorgia Serughetti

«La politica internazionale ha bisogno di uomini di Stato forti», come Trump e Putin, diceva Beppe Grillo a gennaio in un’intervista al settimanale francese Journal du Dimanche. Uomini? Nel panorama dei populismi, in Europa e non solo, sono sempre di più donne a guidare partiti e movimenti di estrema destra che, con la loro forza elettorale, minacciano la tenuta dei sistemi politici tradizionali. Se il modello di leadership populista è normalmente associato a caratteristiche maschili come la forza, il vigore fisico, l’assertività, Marine Le Pen e Frauke Petry, Pia Kjærsgaard e Siv Jensen, o in Italia Giorgia Meloni, non solo stanno cambiando il profilo del Front National in Francia o del Partito del progresso in Norvegia, ma lo stanno facendo proprio in quanto donne. Giocando con l’identità femminile e nuovi linguaggi, hanno creato un nuovo modello di leadership, che a sua volta ha convinto nuovi elettori – e soprattutto nuove elettrici.

È molto più che pinkwashing. Queste donne, a capo di organizzazioni tradizionalmente maschili, cavalcano temi che sono al cuore dei populismi dell’epoca in cui viviamo, come l’immigrazione: dai muri al “muslim ban”. A volte navigando a vista tra le contraddizioni, come vedremo, sono intenzionate a offrire alle donne dei loro paesi nuovi role model. Come madri, come donne indipendenti, come tutt’e due le cose insieme.

Non solo mamme

Madri del partito, della città, della nazione. Negli Stati Uniti c’è stata la “mamma grizzly” Sarah Palin, la candidata repubblicana alla vicepresidenza Usa nel 2012 e star dei Tea Party. L’associazione tra cura dei figli e cura del popolo intero è un dispositivo simbolico molto forte. Pensiamo a Giorgia Meloni che fece la sua campagna per le amministrative di Roma del 2016 mentre era in gravidanza e rispose, a chi la attaccava: “ho scelto di scendere in campo anche se incinta, Roma ha come simbolo una lupa che allatta due gemelli”.

“La nazione è madre e le leader populiste ne sono le rappresentanti naturali” ci dice Nadia Urbinati, politologa della Columbia University. “Per le madri tutti i figli sono uguali, e soprattutto i figli e le figlie sono privilegiati rispetto agli ospiti occasionali della casa. Quindi inclusive verso i propri e non tenere verso gli altri: una visione nazionalista radicale, più che semplicemente populista”.

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